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S’Incungia

S’incungiu è un termine sardo che deriva da “s’incungia”, ovvero quel momento dell’anno in cui i contadini, terminata la mietitura, portavano a casa il grano raccolto. S’incungia è la chiusura del ciclo produttivo della vita contadina, il momento in cui si tiravano le somme del proprio lavoro, di quel raccolto frutto di fatica e sudore.

Era un momento di allegria e condivisione, durante il quale i contadini sedevano e mangiavano tutti assieme cantando: ” S’incungia beidi un’ota a s’annu, non si scidi chi s’annu chi beidi s’agatteusu…su de crasi du scidi Deusu” (trad. La mietitura viene una volta l’anno, non si sa se il prossimo anno se viene ci ritroveremmo… quello che succederà domani lo sa Dio).

In Sardegna esistevano due modi per dire “lavoro”: uno era la parola lavoro, che rappresentava «una cosa che i sardi andavano a cercare fuori dalla loro terra, nell’industria, nelle regioni settentrionali italiane e straniere», è una parola per un uomo del XX secolo appartenente alla società moderna; l’altra era laòre, che indicava «una cosa che l’uomo dava alla sua terra e trovava nella sua terra», per un uomo che affonda le sue radici in un mondo arcaico. Il termine che nella lingua latina (laborem), nei vari dialetti sardi diventò un termine generico per indicare la coltivazione del grano o dell’orzo. Questa associazione lessicale rappresenta perfettamente la simbiosi che c’era fra i sardi e la loro terra: il lavoro è quello del contadino e l’uomo apparteneva alla terra, a cui donava tutte le sue forze nella speranza di una remunerazione equa. Non c’era bisogno di classi sociali e proprietà private perché l’uomo raccoglieva ciò che aveva seminato durante l’anno, secondo quello che la natura aveva deciso di donargli.

 

 

L’abbondanza di s’incungia variava di anno in anno; c’era un annu bonu e un annu malu, un tempur bonu e un tempur malu a condizionare il raccolto, forze su cui l’uomo non aveva alcun potere. Era una lavoro duro: la paglia veniva raccolta e trasportata sul carro di buoi tramite una sorta di enorme paniere costituito da una stuoia intessuta da steli di verbasco (cadumbu) chiamata “Sa xedra ‘e sa palla”, quindi fissata alle sponde del carro. Veniva poi utilizzata come alimento per gli animali o come alimento mentre quella più fine, chiamata “su ludu”, poteva essere utilizzata per fare un particolare tipo di intonaco. Il grano invece veniva conservato in sacchi e portati a casa, in una zona destinata ad ospitare il raccolto chiamare “su sobariu”.

 

Giorgia Sitzia

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